INIZIAMO UN PERCORSO DI EDUCAZIONE ALL’AFFETTIVITÀ

Sono già dodici le donne uccise, in questo squarcio del 2021, per mano di un marito o ex partner. L'ultima ieri sera. Stragi spesso annunciate. In un terzo dei casi la donna aveva denunciato il maltrattante e, in alcuni casi le violenze erano conosciute da familiari o amici. Questo induce a pensare che ci sia una sottovalutazione della violenza intrafamiliare. Infatti, se di fronte ad un femminicidio il livello di indignazione e condanna sociale è pressoché unanime, lo stesso non si può invece dire rispetto alle altre quotidiane manifestazioni della violenza contro le donne. Questo fenomeno è ancora troppo poco conosciuto, sia nelle sue dinamiche, sia nelle conseguenze che esso porta da parte dei servizi e delle istituzioni, che nel territorio dovrebbero occuparsi di prevenire e contrastare gli episodi di violenza, garantendo tutela e protezione alle donne e ai loro figli. Molto spesso, infatti, la donna viene ritenuta colpevole e addirittura la causa della violenza, viene giudicata per non essersene andata in tempo, quando la violenza era ancora "lieve", non viene creduta o viene lasciata sola. Questo a causa di una cultura patriarcale, che pone la donna in una posizione di subordinazione rispetto all'uomo, sia all'interno della famiglia, sia all'interno della società e, che determina così, rapporti di poteri diseguali, che cominciano con le discriminazioni, continuano con le violenze e epilogano con i femminicidi. Per affrontare questo fenomeno c'è bisogno di un profondo cambiamento culturale, che deve necessariamente partire dal riconoscimento della dimensione di genere della violenza, dello squilibrio di potere tra uomini e donne nel lavoro, nella famiglia, in politica e nella società. Riconoscere questo significa, attuare politiche specifiche e mirate, in grado di superare queste diseguaglianze che portano 1 donna su 3 a vivere la violenza. Bisogna partire dal sistema educativo prevedendo percorsi di educazione all'affettività e sugli stereotipi di genere per arrivare a scardinare quei ruoli atavici che relegano le donne a brave madri di famiglia e gli uomini a lavoratori indefessi per mantenere mogli e figli. C'è bisogno di formazione degli operatori sociali e socio sanitari delle forze dell'ordine e degli amministratori. 

Maria Josè Caligiuri

Coordinatrice Regionale di Azzurro Donna per la Calabria