Estorsioni, atti intimidatori, cambio di assegni assicurativi, diagnosi mediche dopo i sinistri, sono alcune delle questioni emerse nell’ambito dell’udienza odierna del Processo Perseo nelle parole dei testimoni. Il primo ad essere ascoltato è Vincenzo Curcio, titolare di diversi punti di distribuzione Eni. Curcio risponde alle domande del pm Elio Romano descrivendo il suo rapporto lavorativo con Domenico Curcio ed Angelo Torcasio suoi fornitori di prodotti di rosticceria. Infatti, Domenico Curcio e Angelo Torcasio lavoravano insieme in un’attività di rosticceria della sorella di Torcasio.Il testimone racconta che Domenico Curcio gli disse che Angelo Torcasio voleva vederlo per rivedere i prezzi delle focacce ma, Vincenzo Curcio in un primo momento ha rimandato l’incontro per problemi di salute. Successivamente l’incontro è avvenuto nell’abitazione di Torcasio: “l’aumento dei prezzi delle focacce e la concessione di un prestito pari a 10mila euro come anticipo sulle fatture della merce che poi sarebbero state scontate” questi gli argomenti dell’incontro. Torcasio, a detta del testimone, ha motivato il prestito manifestando problemi di liquidità e la necessità di denaro dal momento che la moglie era incinta. Sicuro che col tempo gli avrebbe restituito la somma anticipata, dopo solo qualche giorno, Vincenzo Curcio gli ha concesso il prestito. “Visto che io aprivo anche un’altra area di servizio e mi avrebbe fornito la merce anche là, il prestito sarebbe stato scontato prima”. Diecimila euro, pari ad un anticipo di un anno di fornitura.

“Ho accettato di concedere il prestito anche perché il prodotto era buono ed ero sicuro che me li avrebbe restituiti”. Anche il presidente Fontanazza cerca di fare chiarezza sulla vicenda, dal momento che Curcio sostiene che, almeno in un primo momento, non aveva capito che si trattava di un’estorsione ma di un semplice anticipo sulle fatture. “Non ho mai subito atti intimidatori” sostiene il testimone. Poi emerge l’episodio di una busta trovata nei pressi della sua abitazione che però Curcio ha scambiato come spazzatura dato che, in quella strada senza uscita, i ragazzi ne lasciavano spesso tra birre, lattine e cartacce. “Fu la Questura a dirmi che la busta era un atto intimidatorio e ne ho preso atto” spiega. “Per me Angelo Torcasio era un fornitore poi ho letto alcune vicende su i giornali in merito al suo arresto”. “Per me si trattava di un anticipo che poi man mano mi scontava, ma poi è stato arrestato. Dalla Questura e leggendo i giornali ho saputo che anch’io ero stato vittima di un’estorsione e che lo disse Angelo Torcasio (ora collaboratore di giustizia ndr) ma per me in un primo momento non lo era, era un anticipo... ne ho preso atto successivamente” afferma ancora il teste. Sulla conoscenza con Vincenzo Torcasio detto “U niuru” il testimone afferma che “mio nonno e suo zio sono fratelli, lo conosco solo di vista”.Emergono quindi altri elementi in merito al racconto del primo testimone di questa udienza: l’essere stato convocato a casa di Torcasio per chiedergli il prestito; dopo la prima richiesta di incontro, non accolta, viene lasciata “la busta”; il prestito gli viene concesso dopo pochi giorni dalla richiesta, in contanti, accettando, inoltre, l’aumento delle focacce, sapendo anche che Torcasio aveva già avuto problemi con la giustizia. Infine, Vincenzo Curcio dice che “dopo l’arresto di Angelo Torcasio ho scontato qualche bolla e poi ho continuato a pagare le focacce. Non ho detto alla ditta che avevo un debito…”. La parola passa a Ugo Salvatore Vescio, medico legale delle compagnie assicurative. Parla del rapporto con la Zurich iniziato a fine 2007 ed inizi 2008 come fiduciario su Lamezia e Catanzaro. “Recentemente le compagnie si sono aggiornate e fanno la trasmissione per via telematica quindi non ho avuto rapporti diretti con l’Agenzia di Lamezia”. Il Pm chiede se conosce il dottore Carlo Curcio Petronio e, confermata la conoscenza col medico, racconta: “una volta tra il 2008/09 mi ha chiamato perché io avevo detto che i suoi certificati non erano buoni”. “I certificati erano senza timbro e con un graffio, io dovevo sapere il medico che rilascia il certificato e, subito dopo arrivarono col timbro nominativo”.  Sull’argomento, l’avvocato Mario Murone sottopone al testimone una relazione in merito ad una diagnosi nei confronti di Giuseppe Giampà dopo un sinistro. Vescio conferma di avere confermato nella relazione le diagnosi cliniche dei medici precedenti. “Io mi devo esprimere sulla compatibilità tra le lesioni e quello che viene riportato precedentemente da altri medici” spiega. Viene analizzata anche un’altra relazione su De Martino.

Altro testimone, un direttore, all’epoca dei fatti, di una filiale bancaria di Lamezia Terme che spiega con precisione il fenomeno del cambio di assegni assicurativi da parte di alcune persone accompagnate dall’avvocato Lucchino e anche dall’avvocato Scaramuzzino. Come ogni banca la mission sarebbe quella di essere commerciali anche se è importante conoscere i beneficiari e, in questo caso, i due avvocati erano anche clienti della Banca. Emerge il fatto che il fenomeno si iniziò, ad un certo punto, a verificare con frequenza. Venne poi cambiato il sistema, ovvero, recarsi davanti ad un notaio dove il beneficiario dell’assegno delegava gli avvocati ad incassare gli assegni ed a versarli su i loro conti professionali. Con responsabilità morale il direttore, avendo un sospetto di qualcosa di anomalo, fece la segnalazione antiriciclaggio interpellando quindi le autorità competenti alla verifica. Sulla questione interviene il legale di Giovanni Scaramuzzino, l’avvocato Francesco Siracusano, ed con le sue domande rivolte al direttore emerge quindi che su tutti gli assegni in questione c’era scritta la compagnia e che i soggetti accompagnati dall’avvocato Scaramuzzino, beneficiari dell’assegno, non avevano un conto nella banca. Andrea Vasta, ultimo testimone dell’udienza odierna, decide di non sottoporsi all’esame. La prossima udienza è fissata per il 16 settembre con altre testimonianze.