L’ultimo collaboratore di giustizia nell’ambito del ciclo delle udienze del Processo Perseo, oggi, in video-conferenza, nell’aula Garofalo del tribunale di Lamezia, è Battista Cosentino. L'uomo risponde alle domande del pm Elio Romano davanti al presidente Fontanazza e, a latere, Aragona e Monetti. Prima dell’inizio dell’udienza, il neo sindaco Paolo Mascaro presenta, in qualità di avvocato, le deleghe per i suoi assistiti che saranno da ora in poi seguiti da altri colleghi. Subito dopo inizia il processo con l’ascolto del collaboratore Battista Cosentino che inizia a raccontare i suoi trascorsi nella cosca Giampà  e dei suoi rapporti con Pasquale Giampà ‘Millelire’ e poi con Giuseppe Giampà. “Negli ultimi anni prima dell’arresto, mi occupavo delle estorsioni della cosca insieme ad Angelo Torcasio”. Bonaddio Vincenzo, Aldo Notarianni, Giampà Vincenzo, Cappello Rosario e Saverio, sono i nomi che il collaboratore cita come componenti della cosca Giampà della quale anche lui faceva parte.
Diverse volte, poi, Cosentino dichiara di aver “chiuso” lui stesso alcune estorsioni citandone alcune. L’avvocato Marchese chiede di precisare la data delle estorsioni di cui parla, ma Cosentino ricorda un arco di tempo compreso tra il 2009 e il 2011 citando quelle al rifornimento di carburante in via del Progresso, un’altra estorsione sulla SS 280 e altra vicino alla nuova caserma dei carabinieri in via Marconi. “Bonaddio Vincenzo - ricorda Cosentino - mi disse di mettere fuoco ai mezzi di Cianflone proprietario del silos di cemento a Marcellinara verso Catanzaro, Cianflone dava il cemento a prezzi agevolati”. “Io facevo l’autista di Giampà Pasquale” questo il ruolo principale che lo stesso collaboratore ricorda su specifica domanda. In merito ai lavori nei fiumi Cosentino spiega come funzionava l’attività: “tiravamo sabbia per tre-quattro mesi all’anno da fine marzo fine settembre, poi noi cedevamo questo misto ai vari imprenditori lametini. Voci ci diceva che c’erano le autorizzazioni ma non era vero”. Alla domanda “dove finivano i soldi?” Cosentino dice che “finivano nella casse delle ditte, poi il resto non so…” .
Cosentino parla anche della spaccatura tra Bonaddio e Giampà al punto che tutti i commercianti che pagavano i Giampà sono stati chiamati per dirgli che non dovevano più pagare Bonaddio. Spiega con precisione e lucidità, talvolta in dialetto, diverse estorsioni e atti intimidatori ad alcuni imprenditori lametini. Racconta, inoltre, episodi che gli sono stati riferiti da Angelo Torcasio e non per sua conoscenza diretta.
Sugli omicidi Cosentino sa solo quello che si dice in giro “ogni tanto Angelo Torcasio mi diceva: ‘stai dentro casa, non uscire’ questo significava che qualcosa doveva succedere, infatti poi c’è stato l’omicidio Torcasio padre e figlio”. Cosentino custodiva anche armi “io avevo 7-8 pistole e un kalashnikov, solo queste ho detenuto anche se so che ne avevano altre”. “Io non ero battezzato - spiega poi - ma gli altri si” dice Cosentino mentre spiega che l’unico battesimo che conosce è quello ricevuto 51 anni fa, una sola volta, ed è il sacramento”. Questi rituali di ‘ndrangheta, per Cosentino, sono “insensati”. Cosentino paragona poi la cosca alla famiglia, “così come in una famiglia quando succede qualcosa si parla, si discute, e le voci circolano”. Pertanto conosce superficialmente diversi membri della cosca come il gruppo dei ragazzi che spacciano droga “la droga da spacciare gliela forniva Giuseppe Giampà”, afferma. Cosentino conosce anche il dottore Curcio Petronio, “io non ne ho avuto bisogno ma mio figlio Marco si. Sempre per sentito dire si sapeva che faceva certificati per incidenti falsi”. “Mio figlio aveva fatto un incidente e voleva allungare la malattia allora Giuseppe mi mandò dal dottor Petronio, e gli abbiamo dato 50 euro per allungargli la malattia che all’ospedale non gliela volevano fare”.
La moto dell’omicidio Federico Gualtieri. “Prima la moto era custodita nel garage di casa della convivente di Antonio De Vito. Non ricordo poi se sono andato io a portarla nella casa sua o se l’ho portata da Catanzaro, come è negli atti, non nego quello che ho detto è stato chiesto a me e l’ho portata in una stradella e poi ho aspettato per vedere chi se la prendeva” racconta Cosentino. “Al matrimonio di Torcasio Angelo - ricorda poi - Trovato Franco, Luigi e Luciano sedevano con Giuseppe Giampà ed altri esponenti mentre io ero messo in disparte con altre persone che non conoscevo”.
“Ho organizzato talmente bene falso incidente che ho chiamato anche due carabinieri”
Si procede immediatamente al controesame di Battista Cosentino con l’avvocato Pagliuso che chiede se ha mai subito un processo per calunnia all’ispettore di polizia Alfonso Esposito e un magistrato in servizio a Lamezia. “Si, io ho perso” risponde “ha patteggiato la pena”, specifica il legale. Murone chiede precisazioni in merito al certificato medico fatto a suo figlio a seguito di un incidente da parte del medico. Cosentino dichiara, su domanda dell’avvocato Murone, che ha organizzato un sinistro falso. “E’ successo nella zona Caronte, l’ho organizzato talmente bene che ho chiamato anche due carabinieri che poi si sono presi le Hogan”. “Lei ha assistito all’impatto unitamente ai carabinieri?" chiede l’avvocato “Si signore” conferma Cosentino. I soldi non sono andati alla cosca se l’è presi il ragazzo di una delle vetture”. Questione a parte, la vicenda della bacinella della cosca dove probabilmente finivano i soldi. “Mi scuso solo con la mia famiglia di quello che ho fatto  - dice - perchè non sapevano niente”.
Il legale di Antonio De Vito, Bitonti, chiede a Cosentino precisazioni in merito alla denuncia per calunnia al suo assistito. “Non ricordo bene se ho letto su un giornale” dice lui. L’avvocato Siracusano chiede delucidazioni in merito ad un verbale dove Cosentino fa riferimento ai due legali Lucchino e Scaramuzzino. “Dall’avvocato Scaramuzzino ho visto i timbri”, timbri che secondo il collaboratore servivano a fare i certificati falsi. L’avvocato Marchese chiede poi “lei non era un affiliato alla cosca ma era molto vicino, giusto?” “ero un ammiratore di Pasquale Giampà, in pratica ho fatto l’autista a Pasquale Giampà per due o tre anni”.
“Se facevo bella somma me ne andavo, non mi fidavo più di loro”
Per quanto riguarda le estorsioni per conto di Giuseppe Giampà, Cosentino spiega: "tutto Giuseppe Giampà organizzava”. "Avevo capito che Giuseppe Giampà voleva farmi fuori dai giochi... ho continuato a fare le estorsioni ma solo con l’intento che se riuscivo a prendere una bella somma me ne andavo, perché non mi fidavo più di loro”.